Arturo Mazzola è nato a Milano l'8 Dicembre 1921 e deceduto a Milano il 23 Aprile 1995. Ha frequentato l'Istituto Superiore d'Arte di Monza e l'Accademia di Brera di Milano. Sue opere si trovano in gallerie d'arte e collezioni private in Europa e negli Stati Uniti.
 
Se la coerenza nella ricerca fosse un valore da considerare sopra gli altri che concorrono a determinare l'importanza ed il successo di un artista, dovremmo incontrare Arturo Mazzola ai più alti vertici nel panorama artistico della sua generazione. Egli non ha mai tralignato da un percorso che procede in linea retta, inesorabilmente verso l'ultimo aspetto delle sue rarefatte immagini. Eppure parte da lontano, trovando il vertice della sua parabola nell'astrattismo espressionista, dunque tra gli avanguardisti dell'arte milanese del Dopo­guerra: una scelta di campo che indica la caparbietà, l'assoluta indipendenza, lo spirito elitario che, unito all'innato esprit de finesse della sua pittura, definisce già dagli inizi il percorso solitario e fortemente introverso della sua ricerca. Via via Mazzola spolpa il colore, toglie emotività

al gesto pittorico fino a condurre le sue immagini, ritrovate nelle sideree dimensioni del silenzio e della contemplazione introspettiva, all'aspetto di esatti teoremi dell'irrazionale. Sono figurazioni tanto personali, tanto «pagate» da parte dell'artista in termini di partecipazione da non essere paragonabili ad altre.

Non conosco pittori simili a Mazzola, né si possono applicare per la sua opera le consuete scansioni deterministe tanto care alla critica nozionista. Neppure è possibile collocare le sue fantasie nell'ambito di un'area meno vaga di quella approssimativamente definita fantastica.
 
L'impressione che si riceve dalle nitide superfici dei dipinti di Mazzola è quella di un accuratissimo calcolo dell'emozione.

Nella storia, ormai magistrale, di Arturo Mazzola c'è da notare l'assiduità della critica nel rilevare il filo poetico che lega tutte le sue esperienze dagli inizi sino agli ultimi esiti: si parla, già dal 1947 - ed è Osvaldo Patani - di «una vita vissuta interiormente», e tutti i commentatori accennano alla malinconia dei suoi amati paesaggi lombardi, ispirati alle darse­ne del Naviglio, alle stazioncine dell'hinterland milanese, dei circhi di periferia coi loro personaggi, delle «maternità» e delle figure di donne stanche e silenziose che ripetono il gesto quotidiano con rassegnazione. Pur considerando le tentazioni retoriche che ebbe la critica di quegli anni ancora illuminati dai sinistri bagliori della guerra da poco vissuta, ed accesi dagli estremismi ideologici delle prime battaglie sociali nella democrazia, nessuno, scrivendo di Mazzola, si vale del manicheismo ideologico che allora improntava ogni commento in fatto d'arte. Se questo è già il segno implicito, seppure indiretto, del riconoscimento alla nobiltà indipendente dell'opera dell'artista, che non s'avvalora dei fermenti emersi dalla contingenza storica da cui avrebbe potuto, come molti fecero, trarre vantaggi, è però anche l'indizio di quel destino di isolamento e di separatezza che critica, mercato d'arte e storia hanno riservato agli artisti che non seppero o non vollero confluire in gruppi, cenacoli, scuole di gusto, od aderire ad altre forme di allineamento. Il critico Moises Becerra, meno di vent'anni dopo, può dichiarare con certezza che si tratta «di un poeta surrealista» il cui «navigare non è soltanto l'onirico lirismo di un prigioniero ma la verità intrinseca di un umano dolersi».
 
Dice bene Maurizio Fagiolo dell'Arco, commentando una sua mostra a Roma: «E' il segno, sottile e penetrante, che unifica questi reperti assortiti. In fondo, quella di Mazzola non è neanche una narrazione ma un repertorio, una serie di «materiali» per servire a una narrazione, un inventano ricchissimo. E questo forse è il lato più interessante: ognuno può ricostruirsi la storia che vuole. E Mazzola diventa il cauto suggeritore d'una azione scenica che si ripete, diversa, per ogni spettatore; diventa il filologo attento a segni invece a che a parole».
 
A questo punto è persino obbligatorio rileggere una rara nota autobiografica nella quale l'artista cerca di chiarire il senso della sua ricerca:
 
«Per capire e penetrare nel significato della mia pittura è necessario approfondire una conoscenza diretta della vita nella sua vera essenza materiale e spirituale.Non è solo la ricerca descrittiva di una cronaca quotidiana che esalta ed imperversa con crudele e decadente retorica, ma anche, e soprattutto l'apertura mentale di un mondo nuovo, interiore, che la fantasia visiva manifesta nelle sue varie ed infinite forme con il pregio più puro ed alto: le risonanze di spirituali libertà.
Preciso che con questo concetto, maturatosi lentamente nell'inconscio, alimentai la mia attività di pittore.
Conclusi gli studi accademici di Belle Arti, vissi in solitudine, ampliando, ricercando ed indagando, con comprensibile inquietitudine, tutto un arco abbastanza lungo, che intercorre tra l'evento ed il superamento di varie forme d'arte, succedentesi in quel periodo per me di noviziato. Tale indagine fu una constatazione importante per gli inizi della mia atti­vità, poiché dischiuse, con gli inalterabili valori acquisiti, una continua scoperta di spazi, di segni, cui dai pochi ai molti è data la facoltà di possederne le chiavi, onde decifrare il segreto racchiuso.
Effettivamente la volontà ed il duro tirocinio autoimpostomi furono lo sprone necessario che mi condussero ad avventurarmi nelle limpide regioni dell'Arte.
Intercalata da gioie e delusioni, la mente, quale raggio ricettivo, ampliò, acquisì ed enucleò, dagli strati profondi della psiche, i significati più consoni.
E' certo però che, sia pure per ognuno in maniera e misure diverse, gli anni trascorsi nello studio lucido, attento, della propria personalità di pittore furono lo specchio magico che rifletté il messaggio capace di comunicare e commuovere.
Oggi finalmente la mia pittura, nel suo divenire formale, possiede le premesse chiarificatrici delle immagini, ovvero l'eco del pensiero che diviene scienza.
Non è un metodo ancorato ai vecchi e gloriosi modi di pittura, ma un nuovo ordinamento di percezione interiore che, tramite l'immaginazione coinvolge l'essere e proietta tutt'intorno il mistero delle cose.
Nei miei quadri l'innovazione più importante è il riferimento compositivo della «testa» che sintetizza l'espressione migliore di compartecipazione, ovvero libera e sviluppa l'idea.
Concetto interessante, inquieto motivo che, nel breve cenno sulla mia pittura, è la certezza dell'impegno assunto, chiaro nei suoi propositi, sia verso me stesso non che verso coloro che osservano, amano, seguono e desiderano penetrarvi: logicamente lasciando ogni ipocrisia e dando libero sfogo alla propria sincerità».
 
Le figurazioni di Mazzola, così come si presentano oggi, sono il risultato di una sintesi figurale conseguente allo sforzo per giungere a produrre immagini dell'indicibile e dell’inudibile quali iconogrammi dell'invisibile. Il suo procedimento non è molto differente da quello seguito dai simbolisti di fine secolo tanto amati anche dai surrealisti. Non si può che concordare con coloro che individuano nell'opera di Mazzola, l'influsso, se non altro generico, di un artista sicuramente determinato tra simbolismo e surrealismo come Paul Klee. Arturo visi riferisce non solo per la scelta intellettualistica ed intimista, simbolica e sintetica, ma anche per certe punte d'ironia sottesa che emerge in virtù del segno o dell'organizzazione formale del dipinto, e mai del tema presentato.
 
Non vi è dubbio, comunque che si tratti d'un pittore originalissimo, autore di «una forma artistica compiuta e matura» - dice Gillo Dorfles già nel 1968 - «che si stacca, senza dubbio, da quella che è la strada maestra dell'arte attuale, pur avendone assorbito ed adottato il linguaggio; ma che se ne differenzia sopratutto per l'estrema originalità delle immagini, per la incredibile, quasi paradossale, continuità morfologica e sintattica». E, lo incalza Marco Valsecchi, col consueto acume nel percepire i fattori intrinsecamente pittorici, «... Il colore è spazzolato come una superficie metallica senza ingorghi di materia e il disegno è sottile e filato come in un progetto di strumenti scientifici. Eppure queste immagini man­tengono una vitalità organica che non ha nulla di meccanico e tecnologico. Una ambivalenza, quindi, inquietante e suggestiva insieme, come accade per certi organismi creati dalla percezione, surreale e matematica allo stesso tempo, di un artista come Paul Klee». Abbiamo in Arturo Mazzola un artista puro, definizione che gli può essere attribuita da qualsiasi angolazione venga indirizzata. E' un poeta indipendente, un pittore che ha seguito il richiamo del corno di caccia degli esploratori della fantasia e che non ha mai perso la pista che conduce a conoscere sé stessi e, così, conoscere l'uomo e il cosmo della psiche. La sua è una fatica senza ricompensa, una marcia senza traguardo. Ma è attraverso il lavoro di uomini come questo che l'arte, nella quale l'umanità identifica la propria cultura e la propria storia, illumina almeno un tratto della via.